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Intervista a Mario Monicelli
Sentendo l’intervista con Furio Scarpelli, e questo
poi costituisce l’eccezionalità del film sulla
quale non molti si sono soffermati a pensare, lei disse
che I soliti ignoti era un film comico ma che voleva girarlo
come un film drammatico.
Sì, in un certo senso è vero, anche perché
in genere la commedia all’italiana è questo,
ci sono argomenti drammatici, temi drammatici, qualche volta
anche tragici girati con tono umoristico a volte addirittura
comico e a volte arrivano a delle punte farsesche, ma i
temi sono drammatici non sono storielline divertenti e comiche.
…e quindi anche la stessa ambientazione.
Sì, anche l’ambientazione deve risentire di
questo tono, sia dal punto di vista fotografico (per esempio
doveva essere tagliato in maniera così decisa con
tinte contrastanti, quindi ci siamo messi d’accordo
anche con Di Venanzo) e poi i personaggi, come dovevano
essere abbigliati, gli ambienti, dovevano avere questa connotazione
non certamente festosa, luminosa, comoda.
Quindi, per come nasce il film, l’unico elemento
comico certo e forte in partenza è la figura di Totò.
L’elemento comico al limite della farsa, sì,
ma di elementi comici ce n’erano molti di più.
Il ragionamento del racconto che abbiamo fatto tutti insieme
è stato che un gruppo di sprovveduti, miserabili,
da quattro soldi, sottoproletari si mettono in testa di
fare un’impresa molto più grande di loro, cioè
sfondare una parete, di entrare in una cassaforte del Monte
di Pietà e di arricchirsi e durante la costruzione
di questa imprese commettono una serie di errori, di stupidaggini
che sono tutte ridicole, però l’impresa era
grossa. Tant’è vero che noi ci rifacevamo ad
un film di Dassin che era uscito in quel periodo “Rifinì”,
il quale era una cosa perfettamente condotta, perfettamente
riuscita, da gente di mestiere, professionale. Infatti quando
Gassman ne I soliti ignoti dice sempre “scientificamente”
si rifà sempre a quel film.
A proposito di Gassman, lei lo scelse anche sapendo che
sarebbe stata la sua prima apparizione comica.
Sì lo scelsi perché volevo che ci fosse un
personaggio che fosse una specie di sbruffone di periferia,
un pugile mezzo suonato, appunto, che avesse però
questo piglio un po’ grottesco che portasse anche
quello al divertimento. Erano tutti personaggi farseschi,
il fotografo con il ragazzino e le pappe al quale poi rompono
anche un braccio, un altro morto di fame, il siciliano con
la sorella che teneva chiusa dentro casa. In fondo erano
tutti stereotipi della commedia.
Gassman appare molto truccato in questo film, aveva anche
una parrucca.
Sì, fu truccato molto anche perché i produttori
fecero molta resistenza. Non lo volevano, da un lato, perché
Gassman all’epoca, interpretando solo personaggi cattivi,
non avrebbe fatto ridere in quanto non era un attore comico
e, secondo loro, avrebbe rovinato il film; dall’altro
lato perché aveva questo aspetto intellettuale, ovvero
fronte spaziosa, naso aquilino, bocca sottile, statura ecc.,
tutti elementi che gli davano un aspetto da intellettuale
e allora insieme a Gherardi ci impegnammo a modificarne
anche un po’ i tratti…
A imbruttirlo, quindi.
…sì, con la parrucca gli fu abbassata la fronte,
gli furono ingrossate le narici e le labbra, doveva camminare
in una certa maniera, gli demmo poi, in sceneggiatura, una
specie di balbuzie, un linguaggio molto rozzo. Tutto ciò
per occultare la sua natura da grande intellettuale che,
secondo i produttori, Gassman aveva.
Nella sceneggiatura e quindi nel film stesso è presente
un elemento molto negativo rappresentato dalla morte di
uno dei personaggi (Cosimo – Memmo Carotenuto).
Sì, questo fa parte della commedia all’italiana.
La commedia italiana non nasce nel dopoguerra, ma viene
da lontanissimo e quindi si è sempre divertita, dalla
commedia dell’arte, la mandragola, molti racconti
e novelle del Boccaccio sono sinistre, si parla della morte,
delle malattie e la commedia dell’arte è basata
su personaggi che sono servi, che sono nella miseria che
cercano di arrangiarsi, i Pulcinella gli Arlecchini sono
dei morti di fame, sono dei morti di fame, degli ammalati,
dei vecchi all’ultimo stadio e quindi tutta la comicità
da sempre, dalla nostra tradizione millenaria è sempre
rivolta a questo, a ridere della morte, a ridere della malattia,
della vecchiaia, della miseria soprattutto della fame. Senza
questi elementi, fame, morte, malattia e miseria noi non
potremmo far ridere in Italia. Quindi la commedia italiana
non nasce cinquanta anni fa.
Però rispetto alla commedia tradizionale, ai film
propriamente comici….
La commedia tradizionale intanto comportava il lieto fine,
cosa che nella commedia all’italiana e nei miei film
non c’è.
Questo infatti un aspetto che ricorre in altri suoi film,
l’elemento della morte ad esempio in Amici Miei.
Ma anche il fallimento dell’impresa, nell’Armata
Brancaleone l’impresa fallisce, un gruppo di sprovveduti
che vogliono fare un’impresa, conquistare un feudo
non si sa dove attraverso tutto il percorso e siccome sono
dei disperati, dei disgraziati, degli incapaci, il ridicolo
viene fuori da questo e dal fallimento dell’impresa.
Anche in quel caso ci sono parecchie morti, addirittura
ci sono delle cose atroci.
Durante una mostra a Roma al quale lei fu invitato a parlare
con il pubblico sul tema del cinema italiano negli anni
cinquanta, affermò che I soliti ignoti ebbe un exploit
in Francia dopo che fu proiettato in un piccolo cinema a
Parigi. Cosa accadde?
Il fatto è che noi eravamo la spazzatura della commedia
all’italiana. La commedia si chiamava “all’italiana”
allora in tono dispregiativo, per dire che la commedia che
si faceva in Italia era la commedia “all’italiana”
cioè fatta in modo da mondezza. Ma la cosa a noi
non è che ci disturbava molto anche perché,
siccome questo genere che facevamo noi aveva molto successo
di pubblico, eravamo ben coperti, tranquilli e accettavamo
questo fatto. Successe che il film I soliti ignoti, che
in Francia si chiamò “Le pigeon”, che
significa capro espiatorio relativamente proprio al film,
ovvero la ricerca di una persona, della “pecora”
che si incolpasse del reato di “Cosimo” così
che quest’ultimo potesse uscire dal carcere e organizzare
il colpo, uscì a Parigi in un cinema secondario,
fu proiettato in italiano, sottotitolato, in bianco e nero
e stette in questo cinema senza che nessuno se ne occupasse.
Cominciarono ad occuparsene a Parigi perché questo
film “Le pigeon”, non se ne andava mai via da
questo cinemetto perché evidentemente si sparse la
voce, il pubblico che andava mandava altro pubblico e l’esercente
di quel cinema lo lasciò nella programmazione. Passarono
i mesi e i critici, anche se un po’ tardi, cominciarono
ad andarci, Les cahiers du cinéma, Le Positif ecc.,
i quali dissero che il film era un tipo di commedia che
in Francia non si faceva, si faceva in Inghilterra, quindi
un nuovo tipo di commedia, divertente e gli diedero l’importanza
che qui in Italia non aveva mai avuto. Di riflesso, come
sempre avviene in Italia, allora la critica italiana che
aveva sbeffeggiato questo film ha riguardato la cosa, facendo
diventare la commedia all’italiana addirittura una
delle colonne portanti del cinema italiano, cinema cult
fondamentale nella storia del cinema italiano, che non è
vero, esagerando così come avevano esagerato nel
definirla come cinema spazzatura.
Tornando agli interpreti del film, ci furono due attori
esordienti, Claudia Cardinale e Tiberio Murgia.
Tiberio Murgia è sardo ma interpreta la parte di
un siciliano, è doppiato nel film?
… continua…
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